Cronache Beirutine |
Diario dal Libano |
Ho visto i ceci volare – (Excursus culinario)
Camminiamo a fatica lungo i pendii soffocanti di Achrafieh, il kebbé dello Chef macera lentamente sotto una colata tiepida di hummus ai pinoli. Il gas nervino implode nell’anticamera delle intestina, mastico una foglia di menta fresca come se fosse coca peruviana: un rimedio sciamanico per combattere l’invadenza insistente dell’aglio fresco, irrigato al ritmo mitigante di uno yogurt ai cetrioli di Damour. La digestione da queste parti è un affare per pochi. Il Maestro tira fuori un recipiente di latta pieno fino all’orlo di una poltiglia paglierina, da quest’intruglio molliccio è capace di produrre trenta polpette falafel ogni dieci secondi netti: metodo, rigore e applicazione. Alla cassa, un istrione libanese inamidato di fritture miste troneggia in mezzo alle belve affamate con il suo italiano da combattimento, condito da una salsa rudimentale di fiorentino aspirato. Mentre le rape accompagnano la mendacità ossuta delle olive, il pane pita avvolge in un abbraccio mortale la questua fenice di pastrocchi maniacali. L’arak latita, il caffè fatica a sfondare la barriera di pappa giallastra, le melanzane sotto sale traspirano sofferenze indolenti e il riso riposa alacremente all’ombra di una foglia di vite sotto spirito. Stanotte ho visto i ceci volare.
Visioni: Davide Weber
Ceci: Roberto Lapia
Blowin’ in the wind - (Excursus)
Dici “Vado in Libano, cerco uno stacco”, parto per Beirut, “a scoprire la durezza della vita”, mi rinchiudo in Medio Oriente “a respirare il fango della tensione”. Poi ti ritrovi in un bar a Hamra – il Dar bistrot, – in un’atmosfera ovattata stile Calvi a metà agosto, e in sottofondo ecco Bob Dylan soffiare nel vento. Sarà stato un caso, pensi. Il giorno dopo capiti a Gemmayzeh, quartiere di tendenza che sputa decibel di arroganza sui cadaveri moribondi dei residenti – gli ultimi “poveri” rimasti in loco. Il baretto è minuscolo, a forma di supposta, protetto dal caos che regna all’esterno, lontano dalla polvere soffocante e dalle carcasse roboanti che sferragliano in questi dedali mortali. Nemmeno gli afrori lombari dei viali sudati riescono a penetrare in queste quattro mura vergini. E in sottofondo? Bob Dylan, ovvio. Ecchecazzo! E dovevi venire proprio qui, Bob, a bussare alle porte del paradiso? Ma non lo sapevi, Bob, che qui c’è solo l’inferno? Il barista sorride compiaciuto, “Do you know him?”, Of course rispondo contrito. Con un cenno del capo indica la mini-vetrina del bar, esposto in bella mostra ecco un vinile: Bob Dylan, ancora lui. E vabbè, penso, me la sono andata a cercare. Vorrei ascoltare l’ipnotismo di Fayrouz, vorrei sentire i versi di Adonis, le profezie di Gibran. E invece, Dylan. Come in un qualsiasi bar di Parigi, di Londra, di Berlino, e così via. Perché in fondo è vero: tutto il mondo è paese. E tutti i Paesi sono il Libano. E mi sa, caro Bob, che i tempi non cambieranno… almeno finché la standardizzazione non diventerà reato. Magari al posto della sodomia.
Visioni: Davide Weber
Musica: Roberto Lapia
La bella straniera – (Giorno 13 – La fine)
Ieri non ti ho trovata, il caffè era amaro, sciacquato. Oggi sei di nuovo qua, dietro il bancone di legno scuro, dal rock virulento dei giorni scorsi sei passata ad un pacato jazz fluttuante, ecco in sottofondo una delle mille versioni di Summertime. Mi saluti con la dolcezza innata del tuo arabo levantino, porti una maglia a righe orizzontali bianche e blu e i boccoli sono raccolti in una tenera coda mal arrangiata. La tua presenza riempie l’aria di fiore d’arancio, non hai mai amato gli orecchini, l’ho capito fin dal primo istante: adesso prendi in mano due pendenti africani e offendi la gracilità dei tuoi lobi accentuati. In questo cumulo brusco di maschi apatici sei luce notturna; hai la pelle leggermente ingiallita dal troppo fumare, gli occhi color foglia di vite, porti una Gauloises bionda a lambire le labbra con leggerezza sintomatica, sei anarchia compressa, sei limite e infinito. Sento fremere le tue risate svogliate, l’ambiente s’irradia di frenesia distruttrice, dovessi darti un nome ti chiamerei Erinni, Tempesta, ma preferisco pensare a un’identità cangiante, definita solamente dall’umore lunatico delle costellazioni. Le occhiaie sono rovi che parlano di un amore frugale, di una passione spogliata del sentimento, la foltezza delle sopracciglia mi riporta alla tua veracità carnale. Pesti la menta fresca dandomi le spalle, l’inchiostro cola sui fogli stropicciati dalla tormenta, ti volti e i tuoi seni penzolano libertini dentro la magliettina umida di voglie convesse. Vorrei poter sfiorare la profondità distopica dei tuoi occhi vergini di calore maschio, vorrei alleviare l’afa delle tue serenate inquiete. Sei Regina di notti infinite, sei schiava perpetua delle tue giornate aride, sei desiderio, come una leggenda ferita. Se Beirut potesse avere uno sguardo, quello sguardo saresti tu. Addio bella straniera.
Luci: Davide Weber
Tarli: Roberto Lapia
Agitazione: Beirut
Alieni – (Giorno 12)
Perché mi guardate in quel modo? È ancora lecito chiederselo? Salgo sulla bara a quattro ruote che ci porterà fino a Beirut, due ragazzi inceneriti dal sole levantino fissano con avidità la mia kefiah bianca e rossa. Libanese? Giordano? Siriano? No, Palestinese. Sento le loro occhiaie scavate dalla brama di Oriente posarsi sul mio viso solcato di oblii anodini, ogni volta che ne scovano uno sembrano come immobilizzati, impietriti dalla scoperta inattesa: Ma allora esistono davvero. Mi chiamo Izzeddine, non so più quando né dove sono nato, i due molari superiori li ho persi lungo l’irta strada dell’incuria, la fragilità infantile dei miei bulbi verdeggianti la devo alla nonna materna, camelia lucente di Galilea. Mio padre era di Haifa, mia madre anche: sono entrambi martiri, ma per motivi diversi. Adesso mi fissate mentre aggiusto la mia kefiah fiammeggiante, vi chiedete se nascondo dell’esplosivo negli incavi romboidali del mio scialle perequato, palestinese è meramente sinonimo di terrorista, una sorta di tautologia pletorica. Cullo la vivacità vorace della mia bambina, le mie donne sorridono di fronte alla mostruosità frignante dell’obiettivo. Baalbeck ci ha accolto tanti anni fa, ma non potrò mai dimenticare la bruma estiva e il puzzo di piscio della piana della Beeka: una valle di dolori e d’immondizia. È lì che sono cresciuto, in un campo profughi in cui dividevamo il rancio con topi e cani randagi, mentre il mare si riempiva di ferro e le notti si coloravano di autunni infiniti. Oggi ci hanno assegnato una baracca nel campo di al-Jalil, al sud della città. Haifa con il tempo ha perso la sua carica persuasiva e la speranza si è fatta disperazione tenue. Ogni tanto salgo a Baalbeck, in mezzo alla gente, anche qui mi guardano in quel modo: sono un palestinese sunnita in mezzo a orde di sciiti danzanti e ad un pugno di cristiani invisibili. È impossibile arginare l’epidemia confessionale. Cerco gli schiamazzi inconfondibili del souk, l’eleganza dei samboussiks appena sfornati e la cannella che evapora dai kebbé fumanti. Il caffè lo prendo non filtrato, adoro scottarmi la lingua e poi aspirare freneticamente le essenze erotiche del narghilè: la vita ci offre ben poco, e quel poco ce lo prendiamo. Mi parlano spesso della mia Terra, un mito da annaffiare con regolarità, salvo poi rendersi conto che questa Terra io non so nemmeno dove sia, quale sia, cosa sia. Io la mia Terra non l’ho vista mai, come mio padre non ha mai visto la colomba prendere il volo. I sogni ci fanno sentire ancora vivi, spesso moriamo senza rendercene conto. Quando il cielo si libera elegantemente delle striature che lo dissimulano, m’infilo nell’acropoli di Baalbeck, cammino sospeso nella valle dei templi, salgo sulle rovine di un altare immenso e cerco l’infinità dell’orizzonte. Offro il mio sorriso incancrenito a Bacco, a Giove e a Venere, affinché riducano la finitudine tribale di questo presente infetto, poi guardo le montagne desertiche, scorgo le fauci liturgiche della Siria e le intestina tormentate del Libano. La luna da quassù si vede anche di giorno. Il pulmino parte nella sua discesa interminabile, voi, creature dell’aldilà, tremate di terrore: ha ancora valore la vita dalle vostre parti? Sono un demone a caccia di tiranni ed eroi, sorrido ai vostri sguardi pieni di compassione, trangugio sorsi di arak accecante da un’anfora di matrice romana, m’inebrio per dimenticare la diversità. Quando arriviamo a destinazione l’autista, senza interrogarci, ci deposita nei meandri di Sabra: è la logica dei campi. Scendo, la polvere bianca brucia negli occhi svigoriti. Beirut, sei città o maschera? Esilio o canzone? Mi guardo intorno, e mentre la vita frenetica scorre accanto ai miei veli insanguinati, si riaprono le vecchie ferite. Andatevene da qui, questa non è la vostra terra, ci dicevano i libanesi. Non potete tornare qui, questa non è più la vostra terra, cantavano gli israeliani. Beirut diventa una droga. Mi aggiusto la kefiah, le mani sudano terra battuta, adesso rammento perché mi guardavate in quel modo avido: perché io, Izzeddine, sono un arabo dagli occhi di ghiaccio, senza età né molari. Ma soprattutto, perché sono un Alieno in mezzo ai santi.
Ritratti: Davide Weber
Vicissitudini: Roberto Lapia
A mano armata – (Giorno 11)
Un taxi lercio ci carica lungo la via che porta a Damasco, dopo una tediosa trattativa sul costo della tratta la tensione si allenta: “Ci porti a Dahi”. Il tono è perentorio, non ammette repliche. La reazione anche: “Iraniani?!”. Dahi è la roccaforte dello Hezbollah, il partito di Dio, nonché una delle zone più povere di Beirut. Ci vanno solo gli sciiti, e se non parli arabo automaticamente dovresti essere un “fratello” iraniano: nessun pazzo si caccerebbe in quel pozzo di disperazione armata se non per sparare in aria contro i giudei e per inginocchiarsi di fronte agli strali dell’unica divinità vivente: Hassan Nasrallah. Invece noi abbiamo deciso di andarci a Dahi, a tastare con mano la violenza cieca di questi mujaheddin in cattività. Quando il taxi si ferma lungo il viale che porta all’aeroporto, intorno a noi è un’orgia torva di moschee vocianti. Il tassista ci saluta, dandoci l’estrema unzione. Due carrarmati e tre camionette strabordanti di giovani soldati osservano con attenzione lo svolgersi di un funerale musulmano: la quantità d’armi stoccata in questi cinque mezzi verde-mimetico farebbe impallidire il più fanatico degli americani. Ma qui è normale routine: metti che da una semplice esequia scoppi la miccia per un nuovo conflitto civile. La bara viene caricata su un fuoristrada adibito a carro funebre, il corteo lagnante segue la marcia tra i singhiozzi di un padre straziato e il rombo plasmato dei motorini presenti. Questo è davvero il popolo più pigro che abbia mai visto in vita mia. Lasciamo lo stradone e ci addentriamo nei vicoli cenciosi del quartiere, seguiti da uno sciame di mosche affamate. I marciapiedi hanno lo stesso colore delle strade, carbone. Sotto le suole delle scarpe si alternano frattaglie di frutta secca, mozziconi spremuti e ciondoli di catarro viscoso dei vecchi fumatori ammuffiti che decantano sulle sedie sgangherate. La calura è angosciante, pulviscoli di famiglie corrono verso l’ombra malsana delle loro stamberghe fatiscenti, davanti alle rivendite di pezzi per automobili gli uomini socchiudono gli occhi per non vedere più lo schifo che li circonda. Qui sono tutti meccanici, qui sono tutti senza futuro. E senza presente. La sporcizia incombe, sul cammino, sulle macchine dai colori improbabilmente combinati, sulle pareti degli edifici, sulla pelle martoriata delle persone. Ti chiedi dov’è la violenza tanto declamata, ti chiedi dove sono i terroristi assatanati, ma l’unico orrore che si percepisce è quello della fame. Incrociamo un boulevard ricoperto di bandiere e d’immagini sacre: sono le bandiere dello Hezbollah, sono le immagini dei ragazzi e delle ragazze uccisi dai bombardamenti israeliani del 2006. Sugli edifici i segni delle granate sono ancora visibili. Una signora si affaccia al balcone, sul capo porta un velo a chiazze e le tende avvolgibili la coprono quasi interamente, lasciando visibile solamente il volto: non è una questione di fede, sembra più un problema di vergogna. E tutt’intorno, l’ossessione securitaria della Beirut per bene, da disconoscenza disinteressata diventa ignoranza a mano armata. Perché non è vero che non possono: il problema è che non vogliono.
Istantanee: Davide Weber
Momentanee: Roberto Lapia
Menta, anguria e Bibbia - (Giorno 10)
Lungo l’avenue Charles Helou un pulmino color ruggine aspetta ronfante che i raggi del sole diventino brace ardente. “Scusi, l’autobus per Jbeil, in arte Byblos?”. L’autista riemerge da un sonno tribolato emettendo grugniti altisonanti: “Yalla yalla!”. Nel suo inglese bislacco condito di aromi di matrice araba, ci spiega che bisognerà attendere una trentina di minuti. Le ragioni ci restano oscure. Lo osservo bene, quest’omino color argilla dai tratti sgraziati: sotto la sua polo rosso Ferrari spunta la grandeur di un ventre impetuoso, mentre gli arti inferiori vacillano nel vuoto della loro virilità rachitica. In poche parole, un’anguria con le gambe. Dopo pochi minuti sopraggiungono i due compari con un sacchetto pieno di prelibatezze: ecco il motivo di tanto attendere. Hummus, fatté di ceci al peperoncino, insalata con foglie di menta fresca, pomodori e rape, quintali di sfoglie di pane: la colazione dei campioni. I tre moschettieri si sistemano all’interno del pulmino, invitandoci a unirci al banchetto nunziale. L’odore del cardamomo, delle olive in salamoia, il profumo intrigante della menta, le fragranze bollenti di un caffè allo zenzero riempiono l’atmosfera mattutina di Beirut, l’autista-anguria si accontenta di strangolarsi con tozzi di pane caldo infarciti di una purea giallo opaco che sa di aglio iberico e di scalogno d’Egitto. L’hummus in Libano è una dipendenza divina per i peggiori profani. Grida, scalpita, si dimena sul suo sedile sudato, vermicelli verde sciita fuoriescono dalla bocca disgustosa dell’anguria infervorata. A casa tua, Beirut, i decibel non rispettano alcun limite: come molte altre cose del resto. Finito il cenacolo mattutino, ci buttiamo finalmente nel ventre morbido di questo caos organizzato, convinti che qui esista ancora una dimensione sociale che nella nostra era glaciale è oramai un cimelio impolverato di un tempo pagano. Il trabiccolo funambolico si lancia a perdifiato alla volta di Byblos, seguendo la rotta tracciata dal mare, inondata dall’asfalto fecondo della modernità schizofrenica. Getto lo sguardo allampanato fuori dal finestrino, appurando come i libanesi amino sfidare i principi basilari della fisica: in due corsie riescono a farci stare almeno cinque automobili. Ve ne va dato atto, cari miei. Arriviamo a Byblos quaranta minuti dopo, al termine di ventiquattromila secondi di pazzia pura. Ci gettiamo immediatamente nel silenzio irrisoluto delle rovine romane, foriere di templi pagani e pozzi deificati. C’è un piccolo anfiteatro, a picco sul mare: un mare di un turchese sconvolgente. Ci sediamo, lasciandoci alle spalle i rumori assordanti dell’inciviltà, l’odore del petrolio e del piombo fuso, l’incedere costante dei clacson. Adesso ascoltiamo il vento che accarezza l’acqua increspata, le fronde degli arbusti che si agitano lievemente, il canto solare degli animali. Il Mediterraneo, come solo lui sa essere. E mentre i fogli della bibbia volano via verso il cielo striato, per un attimo, eterno, dimentichiamo l’esistenza di tutte le religioni.
Marce: Davide Weber
Frizione: Roberto Lapia
Mira(ggi) – Giorno 9
Che cosa sei Mira? Cosa si nasconde dietro quegli occhi da serpente a sonagli iniettati di sorsi giallastri di Nilo? Oggi non mi faciliti le cose, hai messo un paio di occhiali scuri a cerchio, sei l’immagine saffica di John Lennon. Indossi un gilet di pelle nero della Harley-Davidson: le moto, d’altronde, sono la tua passione, e non manchi mai di ripeterlo. Fino all’esaurimento. Ti seguo nei vicoli tortuosi della tua Achrafieh, che nome soavemente arabeggiante, la Terra sulla Collina. Il profumo di nespole immature satura l’aria tignosa, culli i tuoi glutei secchi in un tango orientale e spogli la tua prole viziosa di fronte ai miei fiuti impertinenti. “Mia figlia la manderemo a Cambridge”: è un leit motiv ridondante, ricolmo di vanesi. Le tue affabulazioni nevrotiche, Mira, variano dalla pigra cadenza romano-levantina alla nobile e strisciante indolenza di Chamonix. Sei mai stata a Chamonix, Mira? Anche lì avresti sproloquiato su Beirut, “il posto più bello del mondo”. Racconti, ridi, ti scontri con te stessa, dipingi mondi letalmente possibili in una tela consumata dall’indifferenza. Usi le tempere come fossero parole, o forse il contrario, scavi fossati invalicabili. Non sei la prima e non sarai l’ultima, Mira. “Non posso dare la nazionalità ai miei figli – ti sfoghi, – e loro saranno costretti a vivere in Libano con un permesso di soggiorno”. Ti ascolto, spero, dispero, le gambe mi cedono, “sai, i palestinesi sposano le libanesi, per questo lo Stato impedisce alle donne di poter trasmettere la nazionalità ai loro figli”. Quindi, Mira, dovrebbero andar via? Un violino folle esala una melodia sorda, nessuno è capace di riconoscere la partizione. La frutta matura cade dagli alberi, vecchi edifici dell’epoca francese s’inchinano davanti all’estensione aerea dei nuovi mostri inanimati. Mi riveli il jasmin, maledetto sia il jasmin, parli ancora, delle donne. “Sai, noi donne libanesi amiamo curare maniacalmente il nostro corpo. Possiamo passare ore a farci le unghie prima di mettere il naso fuori di casa”. Lo dici con serenità, con schiettezza, ricordando i tuoi dieci anni italiani, a perire d’inedia nella grigia periferia milanese. Hai visto le bombe, come puoi sopportare la nebbia? Allora avevi una domestica, oggi ne hai addirittura due. E i duecentoventi metri quadri del vostro appartamento beirutino iniziano a starvi stretti. “Senti, io ho studiato, mi sono fatta il culo: avrò pure il diritto ad avere la donna di servizio?”. Non fa una piega, Mira. “Qui ne ho due: vivono e mangiano da noi, le scegliamo tramite un’agenzia che le fa arrivare dalle Filippine. Ed è tutto regolare”. Per carità Mira, non ne dubito. Perché ti scaldi tanto? “In Italia queste qui guadagnavano quanto me: cioè, non è possibile. Io ho studiato, per sette anni! Una peruviana l’ho dovuta mandare via”, la romena, invece, fingeva che l’avessi menata: non è vero Mira? Non mi è chiaro niente di te, sei un elettrone nebuloso che danza giocando con gli spiriti affannati. Non mi è chiaro niente di te e della tua città strangolata. Mi vengono in mente le donne dallo sguardo assente di Dahi, quelle felicemente povere di Borj Hammoud, o ancora le palestinesi reiette delle bidonville. Ma tutto questo non si vede, non da casa tua. “Queste smettono di studiare a sedici anni perché non vogliono più”: forse non possono Mira, ci hai mai pensato? Io la guerra non l’ho vista, Mira, e i tuoi sacrifici non li conosco. Vorrei solo che ti levassi gli occhiali da sole, anche per un momento solo. Mi guardi, le piramidi riflettono i raggi di un sole avvelenato, le unghie brillano di incensi persiani: “Quando gli israeliani ci bombardavano, nel 2006, io, mio marito e i miei figli eravamo pronti a partire per l’Italia. Ho cambiato idea all’ultimo momento: perché ci sono nata a Beirut, e se devo morire voglio poter morire qua”. Capisco Mira. Ci sono persone invece che vorrebbero solo poterci vivere, a Beirut. Magari degnamente. Un miraggio?
Scatti: Davide Weber
Mire: Roberto Lapia
La sottile linea verde – (Giorno 8)
Guerriglieri tumulati si sacralizzano in una serie d’immagini profane che ornano di dolore rauco la rabbia iconoclasta di Basta Tahta. Un gorgheggio insolitamente appartato si leva dai fumi della piccola moschea di questo quartiere a maggioranza sciita: siamo al confine con la banlieue sud di Beirut. Di fronte alla fallicità rigogliosa del minareto, un cingolato osserva la stasi brulicante di quest’ammasso letale d’insetti motorizzati. Frutta secca, vermi e verdure terrose abbeverano le cunette crassose d’inedia e diserzione, una vecchia gitana giace spaparanzata sugli strati paciosi del suo stesso strutto. Due manzi da macello montano su uno scooter dimezzato dall’inesistenza, i soldati di guardia sorridono all’ombra del ponte, divorando di occhiatacce maniacali le poche vergini velate che prendono il sentiero del ritorno. I militi ignoti non considerano affatto la violenza visiva della loro presenza assidua, a tratti surreale. Il rilievo virale delle divise color cachi è un altare farsesco su cui si sacrifica ben volentieri la ragion di Stato, a favore di quella pax imperitura che periodicamente scende su queste lande ingarbugliate a placare il verme solitario delle pulsioni sanguinolente. Stuoli di polli spennati assorbono il calore delle fiamme alimentate dal loro stesso grasso, l’odore si spande nella stretta via mischiandosi ai lampi soporiferi dei narghilè luccicanti. Balle di filo spinato rotolano nel salto laconico da una comunità all’altra, tra il dantesco caos musulmano e il pascoliano silenzio cristiano solo una scolorita linea verde, simbolo terreno della futilità utopistica dello stare insieme. Il cielo si fa carbone, le bandiere si scoloriscono, i pro-siriani annaspano tra una trincea e l’altra. Il metallo cessa il suo vagare stridente, i veli cambiano colore, quasi scompaiono, la pelle si candeggia, il tono di voce scende di una quarta e il caffè salta di aroma in aroma. Un vecchio vende caschi di banane verdognole. Eppure gli sguardi sono sempre gli stessi, esalano ovunque la stessa musica, eternamente perduti nel rivolo delle contraddizioni, assurde quanto insolubili. Sono o sei tu? Non sono io ma nemmeno tu. Siete noi. Ci sono muri che a volte non si vedono, tuttavia ne avvertiamo perfettamente la loro presenza muta. Lo stagno della paranoia fratricida fatica a prosciugarsi. Riguadagniamo Hamra, mentre un deluso d’amore spara in aria per rasserenare gli animi sudati: Beirut non vorrebbe dormire mai.
Messa a fuoco: Davide Weber
Accendino: Roberto Lapia
Hotel Libano - (Giorno 7)
Mahwad si guarda attorno, alcuni calcinacci si staccano improvvisamente da una parete laterale. Da quella che un tempo - un istante di pace, - era una vetrata immensa, oggi vede i resti di una città slabbrata. Il mare riflette un rosso porpora da serata di gala, le incursioni aeree israeliane rompono la barriera del suono solleticando i timpani ingessati di un popolo inebetito. Bashir ha guidato le sue milizie alla conquista della Tour Murr, adesso sale in cima, al trentaquattresimo piano: da quassù ausculta i borbottii dei cingolati amici e conta le macchie di fumo nero provenienti da sud-ovest. Davanti a lui l’Holiday Inn, o ciò che ne è rimasto; cecchini contro cecchini, miliziani contro miliziani. Libanesi contro libanesi. Una granata colpisce il lato destro dell’immobile, Mahwad trema di passione, il suo corpo urta contro il pilone centrale dell’appartamento, cade a terra come una bestia da soma spremuta. Il sangue è amaro, acidulo, sputa, si sputa addosso, la mano sinistra brancola alla ricerca di una sigaretta. Non voglio morire sotto un cumulo di detriti, pensa Mahwad l’eroe, aspira, tossisce macchie amaranto, se questo fosse ancora un hotel e se lui fosse ancora un essere umano adesso se ne starebbe qui con la sua Samya, ametista d’Oriente, guerrigliera del piacere saturo di aromi spuri, la spoglierebbe, succhierebbe il suo seme informe, entrerebbe nelle sue paludi avvolgenti, il mirto, il basilico, la recrudescenza che dorme sotto lo spirito vagante di un amplesso. Bashir osserva il cratere sul fianco infettato di quell’enorme ammasso di ferro e cemento, sorride, immagina il mosto della morte dopo la lunga semina di tempesta. Accende un sigaro, tira ma non aspira, un lieve accenno di cardamomo impregna l’aria putrefatta di trapassi seriali, pensa alla visione di qualche giorno fa: Shlomo che esce dal carrarmato nei dintorni di Sanissa, ha il viso angelico di un cervo captivo, gli occhi sono cielo di Bagdad, la pelle è fango del Mar Morto. Un gruppo di puttanelle si struscia sul blindato, le giumente tirano i seni di fuori, vorrebbero farsi penetrare da quel dio greco venuto dalla Terra Santa. Bashir sente il suo corpo che freme come un fuscello flebile, il sesso che s’ingrossa e una lacrima che gli solca l’anima: non potrà mai ammettere la sua debolezza. Non può permetterselo: fa parte del mestiere. Shlomo resterà un anelito intorpidito. Bashir adesso spegne il sigaro, torna alla cruda realtà. Prende in mano l’automatico e punta verso la strada. Mahwad dall’altra parte si rialza, richiama il membro all’ordine stabilito e imbraccia il suo fucile. Anche lui punta verso la strada deserta, adesso entrambi ricominceranno a giocare. E a sparare alienati contro lo stesso, identico, obiettivo: il Libano. Sono trascorsi mille anni da allora. Oggi l’Holiday Inn e la Tour Murr sono due fantasmi vuoti che assillano con la loro ingombrante presenza la quotidianità taumaturgica delle genti di Beirut: è il giogo circonflesso della memoria. Il memento violento dei simboli. Né l’Holiday Inn né la Tour Murr si ricordano cosa sono stati prima di partecipare alla follia recondita della guerra. E Mahwad? E Bashir? Neanche loro si ricordano più cosa erano, cosa sono e cosa saranno. Uno traffica pezzi di ricambio per automobili nella periferia ovest della città, l’altro campa con un braccio in meno vendendo sigarette all’Aeroporto Internazionale. Entrambi hanno un solo, nitido, ricordo del conflitto: quando c’era brutto tempo non si sparava più, e i sogni volavano via dal catino saturo di odio insensato. A Beirut c’è il sole, per trecento giorni l’anno. Parlateci della pioggia, non più del bel tempo.
Foto: Davide Weber
Testo: Roberto Lapia
Souka - (Giorno 6)
“Un luogo elegante, il quadro è riposante”. Recita così la guida su Beirut alla voce “Souk”. Ma a chi dovrebbe giovare questa calma creata ad hoc? L’avete mai chiesto ad un libanese? Quando arriviamo al souk l’impressione opprimente è quella di essere nel centro commerciale di Palazzolo. Solo che qui c’è il sole. Zara, D&G, Sony, Louis Vuitton, Mont Blanc, Lush, H&M per i meno ricchi dei ricchi: c’è un po’ di tutto in questo reparto di rianimazione per occidentalisti nostalgici. Ma almeno hanno conservato i nomi originali dei vecchi souk: Jamil, Tawilé, Sayyour, Ayass, Bustros e Arwad. Oltre il danno la beffa. Badanti spossate, figlie dell’Asia del sud, inseguono lo stormo sparuto di bambini annoiati, madri rifatte da capo a piedi tracannano frappè alla banana e cocktail rosa artificiale in un caffè lounge spersonalizzato, aspirando zaffate di nicotina pura dai bocchini argentati. Mi guardo intorno, in questi dedali di inezia laccata le uniche macchie parzialmente visibili sono le guardie della sicurezza privata, cacciatori di frodo delle ultime ombre rimaste. C’è addirittura un information desk, e c’è uno sportello bancomat, anzi ce ne sono almeno tre: proprio come nei migliori souk. Poi c’è un tassista che rompe i coglioni – Taxi taxi taxi! – e c’è la poesia che si scioglie nel fosforo opulento del consumismo più becero. L’ostentazione, in questo lembo asfissiante, è il credo comune. Non c’è nemmeno un arabo qui in mezzo, in compenso è pieno di tette siliconate e la memoria dell’oblio è un obbligo morale per chi, al vociare scomposto e speziato del vecchio mercato, ha preferito la patinata noia borghese. Beirut piange su se stessa, un gioielliere dai capelli unti si affaccia sulla porta della sua bottega con un cubano fra i denti. Nel suo sguardo tronfio un grido spezzato, un urlo di boria contro tutto ciò che è stato e che oggi non è più: “Souka!”. Impossibile fare orecchie da mercante: non ne è rimasto nemmeno uno.
Immagini: Davide Weber
Parole: Roberto Lapia