Cronache Beirutine |
Diario dal Libano |
Hotel Libano - (Giorno 7)
Mahwad si guarda attorno, alcuni calcinacci si staccano improvvisamente da una parete laterale. Da quella che un tempo - un istante di pace, - era una vetrata immensa, oggi vede i resti di una città slabbrata. Il mare riflette un rosso porpora da serata di gala, le incursioni aeree israeliane rompono la barriera del suono solleticando i timpani ingessati di un popolo inebetito. Bashir ha guidato le sue milizie alla conquista della Tour Murr, adesso sale in cima, al trentaquattresimo piano: da quassù ausculta i borbottii dei cingolati amici e conta le macchie di fumo nero provenienti da sud-ovest. Davanti a lui l’Holiday Inn, o ciò che ne è rimasto; cecchini contro cecchini, miliziani contro miliziani. Libanesi contro libanesi. Una granata colpisce il lato destro dell’immobile, Mahwad trema di passione, il suo corpo urta contro il pilone centrale dell’appartamento, cade a terra come una bestia da soma spremuta. Il sangue è amaro, acidulo, sputa, si sputa addosso, la mano sinistra brancola alla ricerca di una sigaretta. Non voglio morire sotto un cumulo di detriti, pensa Mahwad l’eroe, aspira, tossisce macchie amaranto, se questo fosse ancora un hotel e se lui fosse ancora un essere umano adesso se ne starebbe qui con la sua Samya, ametista d’Oriente, guerrigliera del piacere saturo di aromi spuri, la spoglierebbe, succhierebbe il suo seme informe, entrerebbe nelle sue paludi avvolgenti, il mirto, il basilico, la recrudescenza che dorme sotto lo spirito vagante di un amplesso. Bashir osserva il cratere sul fianco infettato di quell’enorme ammasso di ferro e cemento, sorride, immagina il mosto della morte dopo la lunga semina di tempesta. Accende un sigaro, tira ma non aspira, un lieve accenno di cardamomo impregna l’aria putrefatta di trapassi seriali, pensa alla visione di qualche giorno fa: Shlomo che esce dal carrarmato nei dintorni di Sanissa, ha il viso angelico di un cervo captivo, gli occhi sono cielo di Bagdad, la pelle è fango del Mar Morto. Un gruppo di puttanelle si struscia sul blindato, le giumente tirano i seni di fuori, vorrebbero farsi penetrare da quel dio greco venuto dalla Terra Santa. Bashir sente il suo corpo che freme come un fuscello flebile, il sesso che s’ingrossa e una lacrima che gli solca l’anima: non potrà mai ammettere la sua debolezza. Non può permetterselo: fa parte del mestiere. Shlomo resterà un anelito intorpidito. Bashir adesso spegne il sigaro, torna alla cruda realtà. Prende in mano l’automatico e punta verso la strada. Mahwad dall’altra parte si rialza, richiama il membro all’ordine stabilito e imbraccia il suo fucile. Anche lui punta verso la strada deserta, adesso entrambi ricominceranno a giocare. E a sparare alienati contro lo stesso, identico, obiettivo: il Libano. Sono trascorsi mille anni da allora. Oggi l’Holiday Inn e la Tour Murr sono due fantasmi vuoti che assillano con la loro ingombrante presenza la quotidianità taumaturgica delle genti di Beirut: è il giogo circonflesso della memoria. Il memento violento dei simboli. Né l’Holiday Inn né la Tour Murr si ricordano cosa sono stati prima di partecipare alla follia recondita della guerra. E Mahwad? E Bashir? Neanche loro si ricordano più cosa erano, cosa sono e cosa saranno. Uno traffica pezzi di ricambio per automobili nella periferia ovest della città, l’altro campa con un braccio in meno vendendo sigarette all’Aeroporto Internazionale. Entrambi hanno un solo, nitido, ricordo del conflitto: quando c’era brutto tempo non si sparava più, e i sogni volavano via dal catino saturo di odio insensato. A Beirut c’è il sole, per trecento giorni l’anno. Parlateci della pioggia, non più del bel tempo.
Foto: Davide Weber
Testo: Roberto Lapia