Cronache Beirutine |
Diario dal Libano |
La sottile linea verde – (Giorno 8)
Guerriglieri tumulati si sacralizzano in una serie d’immagini profane che ornano di dolore rauco la rabbia iconoclasta di Basta Tahta. Un gorgheggio insolitamente appartato si leva dai fumi della piccola moschea di questo quartiere a maggioranza sciita: siamo al confine con la banlieue sud di Beirut. Di fronte alla fallicità rigogliosa del minareto, un cingolato osserva la stasi brulicante di quest’ammasso letale d’insetti motorizzati. Frutta secca, vermi e verdure terrose abbeverano le cunette crassose d’inedia e diserzione, una vecchia gitana giace spaparanzata sugli strati paciosi del suo stesso strutto. Due manzi da macello montano su uno scooter dimezzato dall’inesistenza, i soldati di guardia sorridono all’ombra del ponte, divorando di occhiatacce maniacali le poche vergini velate che prendono il sentiero del ritorno. I militi ignoti non considerano affatto la violenza visiva della loro presenza assidua, a tratti surreale. Il rilievo virale delle divise color cachi è un altare farsesco su cui si sacrifica ben volentieri la ragion di Stato, a favore di quella pax imperitura che periodicamente scende su queste lande ingarbugliate a placare il verme solitario delle pulsioni sanguinolente. Stuoli di polli spennati assorbono il calore delle fiamme alimentate dal loro stesso grasso, l’odore si spande nella stretta via mischiandosi ai lampi soporiferi dei narghilè luccicanti. Balle di filo spinato rotolano nel salto laconico da una comunità all’altra, tra il dantesco caos musulmano e il pascoliano silenzio cristiano solo una scolorita linea verde, simbolo terreno della futilità utopistica dello stare insieme. Il cielo si fa carbone, le bandiere si scoloriscono, i pro-siriani annaspano tra una trincea e l’altra. Il metallo cessa il suo vagare stridente, i veli cambiano colore, quasi scompaiono, la pelle si candeggia, il tono di voce scende di una quarta e il caffè salta di aroma in aroma. Un vecchio vende caschi di banane verdognole. Eppure gli sguardi sono sempre gli stessi, esalano ovunque la stessa musica, eternamente perduti nel rivolo delle contraddizioni, assurde quanto insolubili. Sono o sei tu? Non sono io ma nemmeno tu. Siete noi. Ci sono muri che a volte non si vedono, tuttavia ne avvertiamo perfettamente la loro presenza muta. Lo stagno della paranoia fratricida fatica a prosciugarsi. Riguadagniamo Hamra, mentre un deluso d’amore spara in aria per rasserenare gli animi sudati: Beirut non vorrebbe dormire mai.
Messa a fuoco: Davide Weber
Accendino: Roberto Lapia
Smaroniti – (Giorno 4/Mattino)
Oggi è domenica, così abbiamo deciso di andare a far visita al Signor Maroun, grande capo dei maroniti del Libano. La chiesa di Saint-Georges è all’ombra della moschea al-Amin, la perfezione dei suoi lineamenti immacolati balza subito agli occhi. Dentro, lo sfarzo, marchio di fabbrica della confessione dei più abbienti. Un paio di famiglie arrivano con al seguito la donna di servizio, “e sono sempre più scure dei loro padroni”. Questione di pelle. Anziani assatanati di devozione remota levano le braccia al cielo, una provocante provocatrice, disfatta dalla serata di ieri, si barcamena in cerca dell’agognato perdono; una signora rifatta prega con foga, il naso di cartapesta sembra debba cadergli da un momento all’altro. Il sacerdote ha un volto curioso, somiglia a quello di un topo, una sorta di cartone animato senz’anima. Blatera una litania infinita, captiamo solo “Ayatollah”, e preferiamo non approfondire. L’incenso copre l’odore amaro dei soldi, ma è impossibile non notare che qua dentro sono tutti bianchissimi. A parte il fatto che ci si debba togliere le scarpe, la differenza più evidente rispetto alla moschea vicina è che qui, a Saint-Georges, rimbomba l’eco delle panche vuote. I numeri da capogiro dei dirimpettai di al-Amin farebbero impallidire ancora di più i già cerei maroniti. Meglio non dire niente. Amen.
Scorci: Davide Weber
Lamento: Roberto Lapia